SEMPLICEMENTE SARA
“E’ stato proprio un piacere, come è bellissimo leggere tutti i ricordi di quel gruppo…”.
Ecco,
iniziamo da qui. Iniziamo da quella che potremmo definire come la classica
frase detta “a microfoni spenti”, quando la chiacchierata o intervista che dir
si voglia, è finita, e forse in te che hai risposto alle domande, ma anche in
chi ti ha ascoltato, resta davvero quella sensazione, quel piacere profondo che
ti rimane… dopo che ti sei raccontato a cuore aperto, dopo aver condiviso,
prima di tutto con te stesso e poi con gli altri, una parte importante della
tua storia.
Questo
è accaduto con Sara. E non c’è bisogno di cercate titoli particolari per questo
racconto. Il titolo è semplicemente un nome che dice tutto, che è tutto, per
chi ha vissuto quella incredibile avventura, prima umana e poi sportiva.
Sara
Calzoni, se volessimo parlare solo di “cose tecniche” è stata davvero la nostra
Keba Phipps. Una giocatrice capace di spostare gli equilibri. Come la
schiacciatrice statunitense: negli anni novanta, sapevi chi avrebbe vinto
andando a cercare il nome della squadra dove c’era la Phipps. Sara è stata la
nostra Keba, ma giocando da centrale. Una giocatrice che faceva la differenza,
da centrale!
Ovviamente,
Sara, non è solo questo. Sara, insieme a Monica, Milena, Giovanni… è stata…
Beh,
quello che è stata lo capirete dalle sue parole, dal suo racconto. Un romanzo,
una storia con tutte le sfaccettature che la vita può regalarti. Una storia di
amore, di passione, valori, scelte. Di amicizia, di gioie e sorrisi. Di dolori,
lacrime e silenzi. E’ la nostra storia, quella di ognuno di noi.
La storia (siamo noi). La storia siamo
noi, attenzione, nessuno si senta escluso… La storia siamo noi, siamo noi padri
e figli… Ed è per questo che la storia dà i brividi, perché nessuno la può
fermare…
E
allora, non fermiamoci nemmeno noi, lasciamo che le parole di Sara, ci
raccontino di noi, da dove veniamo e della strada che abbiamo percorso insieme…
“La pallavolo? Ho abbracciato questo meraviglioso sport a 11 anni, dopo aver provato diverse attività; già, perché per mamma Milena, io e mia sorella eravamo già vecchie per un approccio allo sport (io 4 anni e mia sorella 6!) e quindi via di attività random… dalla danza classica, alla ginnastica artistica, al nuoto. Per quanto mi piacessero queste discipline (a parte la danza!) sentivo che mi mancava qualcosa: la squadra. Poi con le amiche del paese, Annalisa, mia sorella Monica, Mariangela, Marinella, Vania, Rita, Daniela, Laura, Beatrice, abbiamo formato un gruppetto e ho iniziato a giocare a pallavolo (a quei tempi andava anche molto di moda il cartone animato Mimì, che si allenava con le catene ai polsi!) inconsapevole che quella palla l’avrei guardata con occhi innamorati per ben 23 anni. Si giocava nel teatrino del paese, dove l’abilità più grande era evitare di far battere il pallone sulle travi, dove lo spazio di movimento era meno di un campo di pallavolo regolamentare, dove la rete alle bande era alta 2.40 e al centro 1.50, ma nonostante tutto si respirava un’allegria incontenibile.
Quindi io, tra Pila e Castel del Piano, ci sono praticamente nata!!! Ho iniziato a giocare a Pila, come dicevo prima, quando avevo 11 anni, nel lontano 1985 e nel 1991/1992, ho subito fatto parte della fusione delle due società. Quali categorie? Dal superminivolley, agli under 14 e 16, e dalla 2 divisione, alla 1a, serie D, C2 e C1. Ai tempi del Pila Castel del Piano si giocava con il pallone di pelle supergonfio…. Sfido le nuove generazioni a ricevere o difendere quella palla (tra l’altro solo rigorosamente in bagher)… ingestibile!!! Erano i tempi dove senza tecnica non andavi lontano, perché poco era lasciato all’improvvisazione, in qualsiasi categoria tu giocassi; i tempi dove c’era il cambiopalla e sullo 0-0 potevi starci anche mezz’ora, i tempi dove non c’era il libero e quindi tutti indistintamente dovevano imparare ogni fondamentale.
Direi una bugia se dicessi che mi ricordo contro chi abbiamo giocato la prima partita; quello che sono sicura è che abbiamo vinto perché la prima sconfitta l’abbiamo assaporata dopo 45 vittorie consecutive. Mi ricordo bene anche l’emozione dell’esordio con un nuovo gruppo, le gambe che mi tremavano e il cuore che mi batteva fortissimo. Quel battito ha avuto lo stesso ritmo fino all’ultima partita della mia carriera… Sì perché quando fai una cosa con un’infinita passione, ogni volta sembra che sia la prima”.
La storia inizia dunque con i colori, col nome del tuo paese cucito addosso. E poi, ad un certo, punto, prende una strada inattesa. Qualche curva e si scende verso Castel del Piano… La storia cambia perfino nome…
“Ovvio
è che, inizialmente, la notizia della fusione non l’avevo presa benissimo;
c’era rivalità agonistica tra le due società, campanilismo tra i due paesi e a
quell’età ti convinci anche che le persone dell’altra fazione sono tutte
antipatiche. Mi sbagliavo di grosso… Ho trovato un gruppo che ha condizionato
la mia crescita sportiva e personale. Un gruppo di perfetti sconosciuti che ha
segnato in modo indelebile il mio modo di essere. Dovessi riassumere con 3
parole quegli anni mi verrebbe da dire AMICIZIA, SQUADRA ed EMOZIONE”.
In
quell’avventura che diventa “Pro Pila – Castel del Piano”, il “fare squadra”
sarà un tratto distintivo assolutamente speciale. Meglio di Sara, non può
raccontarcelo nessuno…
“La
stagione che ricordo con più affetto? E’ una bella lotta!!! Sarebbe facile rispondere
che ricordo con più affetto gli anni della promozione, anche perché in sei
stagioni abbiamo vinto la 1a divisione, la serie D e la C2. La cosa forse più
bella, complice anche il fatto che sono passati tanti anni, è che il ricordo
più vivo non sono tanto le stagioni o i risultati quanto le persone. “Tra Pila
e Castel del Piano” come ho detto prima era UNA SQUADRA, non c’era distinzione
tra prima o seconda squadra, tra squadre maschili e femminili, tra allenatori e
allenatrici, dirigenti, segnapunti, tifosi e genitori….eravamo UNA COSA SOLA.
Entravo in palestra e mi sentivo a casa, ma si sa che il sentirsi “famiglia”
non lo fa la casa, ma le persone. Si respirava una magia che non si può
descrivere… Solo chi l’ha vissuta mi può capire. SQUADRA dentro il campo,
SQUADRA in pizzeria (rigorosamente GI BI), SQUADRA in discoteca, SQUADRA a casa
di Max. E la SQUADRA l’ho sentita tanto vicina anche nel momento più brutto
della mia vita… Quando papà Giovanni è andato in cielo. Non mi scorderò MAI
quel minuto di raccoglimento per papà.
Sento ancora il fischio dell’arbitro segnare la fine di quel minuto
interminabile…. Alzai lo sguardo… Tutti, come me, avevano il viso rigato dalle
lacrime, perché papà Giovanni era un pazzo scatenato e non si poteva non
volergli bene, ma anche perché eravamo una SQUADRA anche in quel momento
tristissimo”.
La
storia siamo noi che… quel pallone non riesci a difenderlo, sei lì a terra che
non sai come rialzarti… Ma non sei solo, sei parte di una squadra, la squadra è
lì con te, proprio quando serve di più… Se siete stati QUELLA SQUADRA… La
storia siete voi…
Ma,
la squadra, prima di tutto, è… quelli che indossano la tua stessa maglia…
“Dovessi
fare una lista di compagne che ricordo, sarebbe lunghissima… Monica, Sabrina Covarini,
Silvia, Stefania, Mariangela, Marinella, Sonia, Mara, Lara, Beatrice,
Francesca, Silvia, Barbara, Sabrina Bonomi, Stefania, Sara… Oltre a condividere
il volley, ho tantissimi ricordi dei dopopartita, le cene pazze al GB, le
serate in discoteca, le vacanze in Grecia ed in Croazia, le feste di carnevale,
le feste delle donne… Ogni momento era buono per stare insieme. Noi ci
chiamiamo LE AMICHE DEL VOLLEY da allora e per sempre, nonostante ora la
famiglia ed il lavoro non ci permette una frequentazione costante, minimo 2/3
volte l’anno andiamo a cena insieme. Solo per farvi capire che tipo di legami
si sono creati, sono la madrina di battesimo della figlia di Sabrina e questo
la dice lunga su ciò che quell’ambiente è riuscito a costruire! Difficile - continua
Sara
– scegliere anche il sestetto più forte; ad impulso direi quello che ha vinto
la C2. E’ stato davvero emozionante per un gruppo di ragazze di paese come noi
arrivare in un campionato nazionale… Le trasferte fuori regione le vivevamo
come viaggi all’estero. Comunque… eravamo un gruppo di pazze scatenate… In
campo eravamo determinate, fuori dal campo incontenibili!!! La cosa fantastica
è che durante le serate ci ritrovavamo sempre tutti insieme, squadra maschile e
femminile, dirigenti e allenatori; non ci si stancava mai di stare insieme!!!
Era una festa continua. Per questo di aneddoti ce ne sono tantissimi sia dentro
che fuori la Territoriale. Ricordo il ritiro indetto dalla Biancucci che prima
di una partita importante ci fece pranzare tutte insieme alla rosticceria del
paese, e poi ci fece fare training autogeno prima di scendere in campo. Ricordo
con estrema simpatia le telecronache di Tele Suono, gli immancabili
cioccolatini dei genitori Cuccagna prima dell’inizio del riscaldamento, la
mascotte (una bambola di porcellana se non ricordo male) che ci portavamo
ovunque durante il periodo dell’imbattibilità”.
Speciale,
con Sara, anche il “capitolo allenatori” e pure quello degli… accompagnatori!
“Ogni
allenatore lascia sempre un segno. Sabrina Paparelli, è lei che mi ha insegnato
a giocare al volley, è lei che mi ha fatto amare questo sport e il mio numero
14, sorteggiato come i numeri della tombola, perché non riuscivamo a metterci
d’accordo (inizialmente non mi piaceva, ma poi non me ne sono mai più liberata!!!).
Mauro Bacecci, sempre umile, collaborativo, severo quando serviva, simpatico ed
autoironico; si è sempre messo a disposizione della squadra senza mai strafare.
Nonostante l’iniziale scetticismo di creare un gruppo tra Pila e Castel del
Piano, visto il campanilismo tra i paesi, se la nostra forza è stata sempre
quella del gruppo, il merito è stato anche suo. Lucia Biancucci eclettica,
fuori dalle righe che è riuscita ad esaltare le qualità di ciascuna di noi. Non
scorderò mai quando dopo una serie di partite non giocate al massimo, si
presentò vestita in mimetica perché ci disse “vi sto dichiarando guerra… fatemi
vedere di cosa siete capaci. Ricordo con grande affetto anche il mitico Piero
Capaccetta, nostro fedele dirigente accompagnatore per anni… Simpatico quando
serviva, che ci trasmetteva grinta nei momenti più complicati, che aveva sempre
la battuta pronta per sdrammatizzare nei momenti di tensione, sempre positivo e
allegro”.
Poi
il racconto si sposta, ci riporta sul campo, terreno di tante sfide bellissime,
dolci e amare…
“Ce
ne sono di partite che ricordo per l’intensità: le lotte contro la Saro,
corazzata di Terni, dove palleggiava una certa Giovanna Calvieri che pochi anni
prima aveva giocato in A1, le partite contro l’Umbertide di mister Violini;
erano delle vere interminabili battaglie e proprio da una di queste è arrivata
la nostra promozione in C1… Mi viene ancora la pelle d’oca… Una partita triste,
beh l’ha ricordata già la mia amica Mella… I play off contro la squadra di
Roma, quelle partite da dentro o fuori, quelle dove se vinci c’è il paradiso e
se perdi l’abisso… Si perché proprio quella sconfitta per noi fu la prima
retrocessione (eravamo arrivate 6° in realtà, ma visto la riforma dei
campionati solo per 5 c’era la possibilità di disputare i play off) e in cuor
nostro c’era anche la consapevolezza che un ciclo stava terminando”.
Si
Sara, finisce un ciclo unico e irripetibile per la pallavolo “tra Pila e Castel
del Piano”... Ma il talento di Sara è ormai noto a livello nazionale…
“Nella
stagione 1997/1998 sono andata a giocare a Trevi lasciando il mio ambiente con
immenso dispiacere, ma la curiosità di confrontarmi con una categoria che non
avevo mai fatto era molta. Sono partita con la consapevolezza che i risultati
arrivano da un gruppo coeso e non da singoli fuoriclasse. Devo dire che anche
lì ho trovato un bellissimo ambiente e delle amicizie importanti, anche se il
primo amore non si scorda mai. Ho giocato con quella maglia infatti per ben 9
stagioni, vincendo il primo anno la B2 e disputando 8 anni di B1, mancando per
un soffio un anno la promozione in serie A2. Poi una stagione a San Mariano in
B2 e l’ultima a Marsciano in B1. Le mie scelte pallavolistiche sono sempre
state mosse dal gruppo, non c’erano stipendi o categorie che mi convincevano,
se non respiravo il profumo del team”.
L’essenza è il gruppo, perché è un grande gruppo, coeso, compatto, che riesce a tradurre lo spirito che cresce al suo interno, in gesti tecnici di alto livello. Lo spirito, ce lo ricorda ancora Sara: “Mettersi al servizio della squadra, perché non c’è soddisfazione più grande che condividere e raggiungere obiettivi con persone alle quali vuoi bene, che nello sport come nella vita ci vuole sempre un pizzico di umiltà per capire i propri limiti per poi migliorarli e che ci vuole spirito di sacrificio per riuscire a cogliere l’essenza della passione che vivi”.
Sono
passati oltre vent’anni da quella “nostra pallavolo”, eppure nelle parole di
Sara ritroviamo qualcosa che abbiamo provato anche noi, ritrovandoci tra le
mani reperti di quel passato lontano… “Ogni cosa, foto, articoli che ho ritrovato
nella pagina Facebook (non sono social, ma essendo una pagina pubblica riesco a
visualizzarla!) è come se fosse di un paio di anni fa o poco più… Ricordo ogni
istante. Vi dico solo una cosa: Sabrina per un compleanno mi ha regalato la
copia di tutti i numeri di TELE SUONO NEWS che lei aveva conservato uno ad
uno...”.
Semplicemente fantastico… Come tutto il racconto di Sara Calzoni, la nostra “Keba”, con la quale terminiamo in maniera molto particolare questo racconto, lasciando a lei il commiato:
“Scelgo
due frasi per definire la mia esperienza tra Pila e Castel del Piano: "La
forza del lupo è il branco, e la forza del branco è il lupo”, dal Libro della
giungla" di Rudyard Kipling. Ho già detto abbastanza… La seconda… “Il
vincente non commenta gli errori altrui, ma li risolve” parole del mitico Julio
Velasco che ricordo a memoria e che mi sono rimaste sulla pelle. Al lavoro, per
citare un esempio, dove il team è la società per la quale lavori, dico sempre
ai miei colleghi: “Nella pallavolo se la ricezione o la difesa non sono da
doppio più, il palleggiatore cerca in tutti i modi di correggere ed alzare al
suo meglio e se il palleggio non è preciso, l’attaccante cerca di fare il
massimo per buttare quella palla a terra. Si cerca insomma di nascondere,
rimediare all’errore del compagno per raggiungere l’obiettivo di squadra:
vincere. Noi giocavamo con questo spirito, ed è stato un privilegio viverlo”.
Chapeau Sara. Hai detto tutto, davvero tutto. E, te lo assicuriamo, Il piacere è stato tutto nostro. Soprattutto, ritrovare la bella persona che fu la nostra Keba. O, semplicemente, per sempre, SARA.
(M.C.)

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